È il 23 dicembre, anno Domini 2025.

Da mesi attendevo di essere convocato per una visita specialistica ospedaliera.

Ed era finalmente arrivato il momento.

Le campane suonavano a festa e la gente indossava l’abito buono.

Ma a pensarci bene, era solo perché ho parcheggiato in cimitero, proprio alla fine di una funzione.

Il poliambulatorio è sostanzialmente irraggiungibile in auto e quindi ho deciso di partire da casa con qualche ora di anticipo perché “non si sa mai”.

E decido di parcheggiare al cimitero per poi farmi una tonificante passeggiata.

Raggiunti i locali del poliambulatorio, è d’obbligo passare dall’ufficio informazioni, altrimenti la cotonatissima signora dall’inconfondibile accento rumeno, che sta litigando telefonicamente con qualcuno che capisce l’italiano meno di lei, si potrebbe offendere.

“Buongiorno signora, sono qui per effettuare una prima visita di xxyyzz”.

“Buongiorno, prima di tutto deve pagare”.

“Bene, posso farlo col bancomat?”

“Ehm no, la cassa automatica è fuori servizio”.

“Come posso fare allora?”.

“Deve pagare dalle casse automatiche dell’ospedale”.

Trattandosi di un solo chilometro di ulteriore passeggiata, ed essendo in anticipo notevole, decido di partire, dedicando tempo ai miei pensieri.

Vado, pago e ritorno.

“Ecco signora, ho fatto il pagamento”.

“Si accomodi a metà corridoio e attenda di essere chiamato”.

Così faccio.

In sala d’attesa solo due ragazze, una delle quali mi ha perfino salutato accennando un sorriso.

O forse era un tic.

Sì dai, era proprio un tic.

Non passano due minuti e arriva un’infermiera, evidentemente sudamericana, con una calvizie marcata ed una flemma che nemmeno un lavoratore calabrese con contratto a tempo indeterminato.

“Chi deve fare la visita xxyyzz?”.

“Io” dichiaro.

“Mi segua”.

Ed inizia così un nuovo teatrino.

Fa ciò che deve fare e mi spiega che dopo 15 minuti esatti, la dottoressa mi avrebbe visto.

Ma proprio 15 minuti di cronometro.

Così è stato.

“Buongiorno, si accomodi su quella sedia”.

“Buongiorno dottoressa”.

“La informo che i test hanno dato esito negativo”

“Ah, non so se essere contento o meno, perché come vede io avrei…” e vado per spiegare/mostrare alcuni problemi.

Esibisco TAC, RMN e cazzi vari che non degna minimamente di uno sguardo.

Si limita ad un:

“Lei fuma?”

“Ehm, io fumo la pipa che come sa, non viene fumata come una sigaretta”

“Non importa. I suoi problemi sono dati dal fumo”.

“Guardi, con il doveroso rispetto, io sono a contatto con tutto quello che uno stabilimento chimico può offrire e forse è improbabile che …

“Le sto dicendo che il suo problema è dato dal fumo. Punto. Dovrà fare questi esami del sangue che poi mi invierà via mail”.

A quel punto non ho potuto non guardarmi attorno e ho notato che calendario, spilla, porta-badge e righello erano sponsorizzati da una nota lega contro il fumo, per cui anche se avessi avuto un dolore ad un ginocchio, sarebbe stata colpa della mia pipa.

Capisco di essere in “area disagio” e taccio.

La regola è “se un zerveo no xe drito, sta zito”.

“Che c’è? Ha un’aria divertita” mi incalza.

“No no, sono solo felice per aver trovato finalmente la causa dei miei problemi. Anzi, sono commosso”. Evidentemente prendendola per il culo.

Mi informa che devo ritirare gli esiti presso l’infermeria.

Saluto.

Esco.

In infermeria, la bradipo-infermiera con una mano mi allunga il referto, mentre sorridendo come facevo io pochi minuti prima, mi dice “..pensi che da anni sostiene che la mia alopecia sia dovuta al fumo”.

“Ah guardi, giuro che le credo!”

“Sì, ma io non fumo”.

Torno a rifugiarmi nei miei pensieri e inizio la passeggiata di ritorno verso il parcheggio, senza nemmeno pensare una bestemmia in più, rispetto a quelle che già rimbalzano nella mia materia grigia.

Raggiungo l’auto, sistemo i documenti sul sedile, accendo l’autoradio con un CD di de Andrè e inizio il percorso verso casa.

Dopo duecento metri, nel bel mezzo di una strada trafficata e con la mia diagnosi preziosa che mi guarda dal sedile del passeggero, la mia auto mi abbandona.

Si spegne, la puttana.

E non riparte più.

No, proprio no: non ho bestemmiato, accettando anche questa come prova di carattere.

Non mi perdo d’animo.

Scendo, spingo l’auto verso bordo strada, scrivo un biglietto “auto in panne” e decido di farmi quei dieci km che mi separano da casa.

Poi però prendo un autobus, poi un altro, evitando la scarpinata.

A casa mi cambio d’abito, prendo una cassetta degli attrezzi, un po’ di ricambi e inizio il percorso a ritroso, sperando di riuscire a riparare.

Autobus affollato.

Con la cassettina degli attrezzi, avente peso pari a Kg 4790 colpisco la coscia di una ragazza, strappandole i collant.

Immediata la raffica di starnazzi.

“Signorina, mi deve scusare. Non l’ho fatto apposta. Intendo risarcire il danno. Quanto le devo?”

“Sette euro”.

Avrei preferito diciassette, a dire il vero.

“Senta, ho solo una banconota da venti euro, non è che può darmi il resto? Bastano anche dieci euro”.

Nemmeno a dirlo.

Persi venti euro (puttanalamadonna).

Cerco di mantenere il sorriso anche se iniziava già a cambiare verso quella smorfia tipica del pre-pianto.

Raggiungo l’auto.

Ora mi devo concentrare.

E le parlo.

“Cos’hai che non va, vecchia bagascia?”.

Non mi risponde.

In compenso alzo lo sguardo e trovo una contravvenzione sul parabrezza.

Divieto di sosta.

Non ho le forze per dire più di tre porchemadonne.

Continuo con la riparazione.

Mi riesce.

La vecchia baldracca si accende.

Carico la mia cassettina e la mia carcassa, guidando verso gli uffici della polizia municipale.

Ora, io posso capire che uno che decide di fare il poliziotto municipale possa anche non avere virtù spiccate, ma qui la cosa è più grave.

“Mi scusi signora poliziotta municipale” così esordisco.

“Ho appena preso una contravvenzione per divieto di sosta, sulla mia auto che era a lato strada, in panne”.

“Paga con bancomat?”

“No, non ha capito: io vorrei non pagarla perché come posso decidere dove parcheggiare un’auto che non si muove?”

“Ma lei ha parcheggiato negli appositi spazi?”.

“No, diocane perché auto in panne significa auto rotta, non funzionante, kaput”.

“Se l’auto è fuori dagli spazi, è in contravvenzione. Paga con bancomat?”

“Sì, pago con bancomat, signora. Ma si ricordi che MEMENTO MORI, cara signora mia. MEMENTO MORI”

“Mi spiace: non parlo inglese”.

“………”

Torno verso casa con la solita diagnosi, con una multa pagata e con i miei soliti pensieri per la testa.

“Sono cose che succedono!” mi ripeto.

“Vorrà dire che quando arriverò a casa, mi dedicherò per mezz’ora all’hobby”.

L’idea mi stimola.

Senza nemmeno farmi la doccia, mi metto seduto ed accendo la mia strumentazione.

PUFF

Una delle attrezzature elettroniche si brucia.

Qui le porchemadonne si rinforzano sia in termini di numero, sia in termini di intensità.

Ma visto il momento storico, decido di essere pragmatico.

Era una strumentazione del 1993 e che decida di passare a miglior vita è normale.

Fischietto per camuffare la porcamadonniasi.

Torno ad ascoltare de Andrè.

Questa volta a volume più alto.

Apro lo strumento e controllo.

Forse un diodo?

Forse alcune resistenze?

Forse un trasformatore?

No: la motherboard.

Chiamo l’assistenza e la sentenza è chiara.

La riparazione costa più dello strumento.

Molto di più.

Con l’aggravante che non tutti i pezzi sono disponibili.

Occorre fare una richiesta in Giappone.

Si, a quel punto mi è venuto da piangere.

Ma resisto.

Capisco che non è giornata.

Capisco anche che è meglio battere in ritirata.

 

Mi faccio di benzodiazepine e vado a letto sperando di morire velocemente e bene.

Non appena la chimica fa il suo effetto, suonano alla porta.

E lì le porchemadonne sono diventate tentacolari.

La vicina si sente male e ha bisogno di aiuto.

Pure io.

Mentre de Andrè mi invita a prendere in considerazione il pozzo.

Mi sta bene, ok: Importante che sia più profondo di me.

 

3 Comments

  1. fracatz

    Rispondi

    almeno una cosa è andata bbene, la riparazione dell’auto, che se poi fosse stata elettrica non si sarebbe guastata

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