Fin dai tempi delle scuole elementari ho notato un atteggiamento abbastanza leggero e forse riduttivo nei confronti dei simboli.

Il Presidente della Repubblica?

Sì vabbè è importante ma è più un simbolo che una carica istituzionale.

L’albero di Natale? Bello, bellissimo ma è solo un simbolo.

Però crescendo mi sono accorto che, sebbene i più non amino ammetterlo, i simboli hanno un peso.

Per tutti, direi.

Sì, ok, tralasciando i ricchi snob che al limite si fermano al blasone di famiglia.

Un simbolo finalizzato a sottolineare il valore della casata.

Casata che fa rima con cazzata, nel loro caso.

Ma per noi comuni mortali i simboli hanno un valore.

A volte profondo.

Spesso nascosto.

Nessuno ammette mai di essere piacevolmente attaccato a dei simboli.

In realtà, molti lo ignorano.

E lo ignorano fino a quando uno dei simboli sui quali hanno edificato la loro esistenza viene a mancare.

E succede più spesso di quanto si voglia ammettere.

La sintomatologia è abbastanza nitida.

La terapia no.

“Salve dottore, mi sento un po’ smarrito; non sento il bisogno di impegnarmi e mi sento come se galleggiassi aggrappato ad un salvagente a forma di pulcino Pio in un mare scuro, senza vedere costa”.

Beh, il dottore non ci metterebbe molto a chiedere l’intervento della neurodeliri e la cosa verrebbe derubricata a pazzia.

E il tutto senza ammettere di aver provato la stessa sintomatologia chissà quante volte.

La perdita di un simbolo non è in bibliografia medica.

Non si trova nessun riferimento nemmeno indiretto in farmacopea.

Eppure quando muore un genitore, muore una persona, restano dei ricordi che a volte sono nitidi ma altre volte sono sbiaditi, e viene a cessare l’esistenza di un simbolo.

Mica necessariamente positivo, sia chiaro.

Ma pur sempre di simbolo si tratta.

Una sorta di attaccamento.

Un piccolo vincolo col passato.

Una finestrella che dà sul cortile.

Un fazzoletto abbastanza capiente per raccogliere lacrime, secche.

E non sono lacrime che si versano dopo aver colpito il comodino col mignolo.

Sono di altro tipo.

E vi garantisco che ci sono alcuni medici che se ne accorgono.

Alcuni cercano addirittura di fornire un surrogato.

Un supplente che amorevolmente possa farti capire ciò che il docente titolare non ha saputo spiegare.

“Salve dottore, mi sento un po’ smarrito; mi sento come se galleggiassi in un nero mare, aggrappato ad un salvagente verde a forma di drago; sono caduto e non ricordo perché; non ricordo nemmeno il percome; sono caduto come se quel mare dove galleggiavo avesse avuto un buco; un buco che portava dritto al portascarpe; esattamente quello”.

“Caro mio, innanzitutto dalla sua TAC vedo un segno che fa pensare ad una ischemia; cosa verso la quale non abbiamo armi; probabilmente lei morirà di ictus; non è detto che sia domani, suvvia; però morirà; credo le convenga gonfiare meglio quel salvagente verde a forma di drago perché sarà il suo simbolo, la sua ancora di salvezza, in punto di morte; passi alla cassa e dopo aver pagato il ticket, torni per la consegna del referto; la saluto”.

E a pensarci bene potrebbe essere perfino utile per proteggere il mignolo dal comodino.

 

La vaginetta di oggi:

 

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