Questa non è certo un’era da fiabe.
Questa non è certo una fetta di storia che ci susciti il gioioso mistero della narrazione fiabesca.
Qui non ci sono più Willy il Coyote e Bip Bip.
Qui ci sono solo le basi per Mazinga e Gig.
Però una fiaba ve la racconterò, perché spero possa accendere un po’ di fiammiferi davanti a voi, qualora il vostro cammino dovesse essere buio.
Ovviamente spero che non stiate camminando all’interno di un rigassificatore o nel magazzino di una fabbrica di petardi.
C’era una volta (di solito una vera fiaba inizia sempre così) in un paese lontano lontano (nessuno ha mai capito perché una fiaba non possa essere nelle nostre immediate vicinanze), un anziano artigiano..
Nessuno ha mai capito nemmeno perché non possiamo essere noi stessi i personaggi di una fiaba!
Ma restiamo sul pezzo.
Dicevo:
C’era una volta in un paese vicino vicino (vaffanculo), un anziano artigiano che viveva costruendo bauli.
No, non i panettoni, cristosanto.
Baùli, non bàuli.
Sì insomma, sto vecchiotto campava facendo scrigni.
Va meglio così?
Ne faceva di grossi e di piccini (altra parola che si usa solo nelle fiabe).
Alcuni di grezza fattura; altri perfino bordati con tessuti di vermiglio colore e di impalpabile seta.(questa cosa della fiaba mi sta prendendo la mano)
Venivano venduti tanto alle ricche dame per la messa a dimora di sontuosi abiti, quanto alle stesse ricche dame di cui sopra, per contenervi raccolti gioielli e mollette delle elaborate acconciature.
Insomma, quest’uomo campava vendendo a tutte le vecchie troie della città.
Però ora che ci penso, non è proprio vero.
Egli vendeva i suoi manufatti anche agli uomini.
Quegli uomini che li davano in dono alle vecchie troie della città, in cambio di favori di natura non fiabesca.
E il cerchio si chiude.
Un bel giorno, di quei giorni che poi te li ricordi per tutta la vita, un po’ in quanto belli e un po’perché in ultima analisi disastrosi, il vecchio decide di fare un dono a suo nipote.
E anche qui si apre un capitolo difficile come lo fu per il nonno di Heidi: come fa un nonno ad avere nipoti se non ha figli?
Sì, lo so è una domanda difficile per quest’ora, ma qualcuno doveva pur farvelo notare.
“Mio caro nipote, a parte che non mi ricordo come ti chiami, volevo che tu sapessi che ho un dono da farti” disse il vecchio al ragazzino, dopo una cena a base di salsicce e crauti.
“Wow, che bello! Non mi dire che mi hai regalato la play station!”.
“Ma no piccolo idiota nato dal culo! Siamo in una fiaba dove si parla di dame, merletti e bauli (che non sono panettoni), mi vuoi dire che c’azzecca la play station?” disse con una vena di scazzo il matusa.
“Pensavo” replicò la caccola.
“Questo è un dono speciale. Il dono più speciale che una persona possa desiderare.
Questa sarà la fonte della tua gioia, anche quando sarai triste.
Questo sarà pane quando avrai fame.
Sarà un abbraccio quando ti sentirai solo.
Sarà il tuo tutto.” disse il vecchio con aria solenne, porgendogli uno scrigno ligneo (si noti la parola “ligneo”per cortesia) con bordature in ottone e copertura bombata, impreziosita da un riporto di velluto di colore verde bandiera.
“E se la bandiera fosse quella della Svizzera?” chiese un passante.
“Non sei stato interpellato. Vai a morire ammazzato a colpi di battipanni di vimini” sottolineò il nonno.
“Che bello, che bello!” gridò la pallina di merda, allungando le manine nel tentativo di mettere a nudo il contenuto del prezioso scrigno.
“Eh no, brutta testa di cazzo, idiota come un monopattino! Questo dono così prezioso avrà un valore immenso finché resterà celato all’interno di questo scrigno” sentenziò il nonno sempre più convinto.
“Beh, tutto ciò è cool!” disse l’invertebrato, e ringraziato il nonno esattamente come si fa quando qualcuno ti fa un regalo che non puoi scartare, prese i suoi stracci e andò ad ammazzarsi di seghe, guardando foto della Lamborghini messa a pecora.
Non per uno.
Non per due.
Nemmeno per tre anni (in verità otto) il bimbo, ormai adulto, visse con il suo scrigno.
No, a dire il vero visse per il suo scrigno.
Provava a scuoterlo, a ribaltarlo e a sbirciare nelle fessure del legno che rinsecchiva sempre di più, ma nulla.
Il contenuto non si vedeva.
E questa cosa era una leva che scatenava l’immaginazione.
Se triste, ci vedeva un’allegria.
Se solo, ci vedeva compagnia.
Se assetato, ci vedeva della sangria.
Se arrapato, ci vedeva un po’ mia zia.
Lo scrigno era diventato il suo mondo.
Lo scrigno chiuso era diventato simbolo dello sconfinato.
Niente poteva contenere l’immaginazione del giovane.
Niente.
Nessuno.
Un bel giorno però, quando il destino lo decretò, il giovane decise di aprire lo scrigno per godere finalmente del suo contenuto.
E non fu nemmeno difficile perché il nonno, tanto era bravo a fare gli scrigni, tanto era una schiappa con i lucchetti, che qualcuno sosteneva lui comprasse dai cinesi.
Bastò un movimento rapido con un cacciavite.
Clack.
Fatto; e lì capì l’importanza di avere amici rumeni.
E una volta aperto il piccolo baule, il mondo crollò.
Una volta aperto il misterioso scrigno, non ebbe che lacrime.
Violato il contenitore, finita la felicità.
Il baule era vuoto.
Non c’era nulla oltre ad una copertura in rossa tela ormai distrutta dal tempo.
Che strana questa cosa: sebbene marcio e rovinato dagli anni, quello scrigno era solidissimo fino al momento della sua apertura.
Poi non esisteva più.
Non c’erano più sogni;
Non c’erano più desideri;
Non c’era più quella forma di libertà che solo la mente può desiderare;
Non c’era più la vita.
E allora, portando a spalla il suo fardello di tristezza mista ad idiozia, il troglodita raggiunse la casa del nonno, ormai in punto di morte e disse: “Porcoddio, nonno! Anni e anni di attesa, di desideri, di sogni, di ambizioni e di speranze, per poi trovarmi un contenitore vuoto?”
“Vedi, caro nipote, figlio di una figlia che non ho mai avuto; figlio di un figlio che non ho mai avuto; insomma, figlio de li mejo mortacci tua; adesso hai avuto una lezione importante; forse la più importante; quella lezione che ti toglierà la capacità di sorridere per il resto dei tuoi giorni;
quella lezione che è la madre di tutte le lezioni; quella lezione che ti insegnerà a piangere dentro; e quando si piange dentro, significa che non si è più capaci di piangere fuori; e guarda che è brutto.
Perché quando si piange dentro, si piange davvero; non è come quando si piange fuori, no?
Hai imparato che niente vale più del desiderio, delle speranze e della fantasia; si è vivi solo quando si desidera, quando si spera e quando si fantastica. Il resto è nebbia.
Io fortunatamente morirò a breve, ma amo la nebbia, perché a volte mi ricorda quanto anch’io sia stato stupido ad aprire quello scrigno”.
“E io che volevo la Play station…” bisbigliò l’ebete.
Il nonno morì.
All’istante.
E lo fece sputando.
La vaginetta odierna:


fracatz
Il Vetraio