Il funerale è una tappa importante nella vita di un individuo.
Individuo che non è il morto, ovviamente.
Il morto è morto e non gliene può fregar di meno di ciò che succede dopo la sua morte.
Il funerale è un rito.
Teoricamente è un qualcosa fatto in memoria di chi è morto.
Ma deve essere una memoria molto intensa che si deve sfogare nel giro di qualche ora, perché solitamente dopo una settimana, del morto non ci si ricorda più.
Ma soprattutto non ci si ricorda più delle cattiverie che ci siamo adoperati di lanciargli.
E a volte anche di costruirgli addosso.
Il prete fa il suo lavoro, i becchini fanno il loro lavoro, i comuni chiedono la tassa di transito e i diritti cimiteriali, i fioristi fanno il loro lavoro, la tipografia fa il suo lavoro…
Insomma, ci guadagnano tutti.
In pratica non è una funzione in memoria del morto.
È un banchetto sul morto.
E occorre anche saper fingere, sennò cosa potrebbe dire la gente?
Forse è meglio seguire l’ingresso della bara del morto, costruendo un pianto, un dolore, una qualsiasi fetenzia che possa far credere alla gente che tutta la speranza che si nutriva affinché il morto morisse male, era in realtà amore.
Massì dai: la morte cancella tutto.
La morte ci proietta verso il mondo dell’uguaglianza.
Dicono.
Io di prove non ne ho.
Al momento quando raramente vado ad un funerale, mi dedico ad osservare.
Siedo nell’ultima fila possibile e guardo.
Analizzo.
Ed è interessante notare quanto disagio io possa provocare incrociando sguardi malandrini.
E tutto ciò è fantastico.
Divertente.
Eloquente.
E basta tacere.
Non serve aggiungere schifo allo schifo.
Non serve pronunciare verbo.
Ci sono frangenti nella vita di una persona, dove il rumore più forte lo fa il silenzio.
Si noti a tal proposito il disagio della falsità.
I falsi sono con gli occhi affogati nelle lacrime.
No, non lacrime di dolore per il morto: lacrime di disagio.
Essi camminano su tizzoni ardenti, alimentati dallo sguardo silenzioso di chi riconosce la loro falsità.
E non possono dire nulla.
Nulla.
A differenza di chi non vuole dire nulla.
Conclusioni: morire alimenta gli avvoltoi; se muori (e morirai), tendenzialmente non frega un cazzo a nessuno; la tua morte verrà utilizzata per la cura d’immagine di qualche soggetto fetente; il prete parlerà di te con la stessa competenza di chi vende finta oreficeria sulle reti private; se non avrai beni da lasciare in eredità, il fattore correttivo delle voci di cui sopra è pari a 3, dopo qualche anno si dovrànno riesumare le ossa e la gente ti maledirà perché dovranno pagare; ti malediranno annualmente quando dovranno pagare la tassa cimiteriale e l’enel per mantenere acceso il lumicino.
Che poi, a che cazzo serve il lumicino a uno che è così contento di essere morto che potrebbe prendere a sberle il padre che non volle usare il goldone?
Ma c’è un aspetto positivo: sarà finita. FI NI TA.
La salma di oggi è costei:


fracatz
Il Vetraio